Domande

Quale futuro?

Per cercare di capire quali scenari possiamo aspettarci nel prossimo futuro, dobbiamo sapere qual'è lo scenario in cui ci troviamo oggi.

L'11 settembre 2001 è stato un evento che è andato ben al di là delle previsioni di Osama Bin Laden e di Al-Qaida, ed ha innescato meccanismi che nemmeno i terroristi potevano immaginare.

La distruzione del cuore di Manhattan e la morte di tremila persone innocenti hanno infranto ogni limite immaginabile nella guerra del terrorismo.
In un certo senso, potremmo richiamarci al concetto di deterrenza nucleare, che per cinquant'anni, pur non impedendo una serie di conflitti sanguinosi, ha preservato il mondo da una catastrofica terza guerra mondiale.
Il concetto di deterrenza si basava sul presupposto che nessuno avrebbe mai utilizzato per primo un'arma nucleare, innescando una guerra atomica senza né vinti, né vincitori.

Gli attacchi dell'11 settembre sono stati esattamente come un'arma nucleare: analoghi i danni provocati, analoga la conseguenza: una cieca ritorsione.

L'unica differenza tra questa guerra e una guerra nucleare è quella che gli Stati Uniti ritengono di poterla vincere.

Gli analisti americani hanno individuato due fattori fondamentali che hanno reso possibili gli attacchi dell'11 settembre: le disponibilità finanziarie di Al-Qaida e il favore di cui godeva presso una serie di Stati (Afghanistan, Sudan, Pakistan, paesi mediorientali).

Non a caso un'intera monografia è stata dedicata, nel corso dei lavori della Commissione indipendente di inchiesta, ai movimenti finanziari dei terroristi.

Ci vogliono pochi dollari per confezionare una bomba e fare una strage o far saltare in aria un aereo.
Ma portare a segno un attacco coordinato e devastante, in una dimensione internazionale, richiede molto denaro. Denaro che va raccolto, depositato, movimentato e speso. Questo richiede la compiacenza o l'appoggio diretto di entità statali: ossia di Paesi sovrani.

Questa è la ragione per cui gli Stati Uniti hanno deciso di adottare il modello della guerra preventiva: eliminare non solo i terroristi, ovunque si trovino e con qualunque mezzo, ma anche quei governi e quei regimi che finanziano e appoggiano il terrorismo o che potenzialmente sono inclini a farlo.

L'invasione dell'Iraq risponde essenzialmente a queste esigenze, qualunque sia stata la motivazione ufficiale (armi di distruzione di massa).

Pensare che gli Stati Uniti siano in Iraq per questioni di petrolio significa liquidare semplicisticamente una realtà che è ben diversa.

Il costo della sola presenza militare americana in Iraq è pari a  sei miliardi di dollari al mese (l'equivalente del prodotto nazionale lordo della Nigeria) e il costo complessivo della guerra (considerando non solo le spese militari vive, ma anche tutti i costi connessi) è ormai valutato tra i 1.000 ed i 2.000 miliardi di dollari ( MSNBC ).
Le riserve di petrolio irakene ammontano a circa 112 miliardi di barili di petrolio (l'Arabia Saudita ne ha 260).
Attualmente i ricavi delle vendite del petrolio irakeno ammontano a circa 1,5 miliardi di dollari, che sono incamerati totalmente dal governo irakeno. Una parte è versata al Kuwait in conto risarcimenti danni e buona parte è reinvestita nella ricostruzione, quel po' che resta serve a coprire le spese dello Stato ( CRS ).
In futuro, se la produzione di petrolio dovesse risalire a livelli ottimali, l'Iraq potrebbe arrivare a incamerare 64 miliardi di dollari all'anno (ai valori del 2005) ( CRS ).
Persino se gli Stati Uniti dovessero letteralmente rapinare tutti i proventi irakeni derivati dalla vendita del petrolio, ci vorrebbero interi decenni prima di poter soltanto ripagare i costi della guerra.
E in tutto questo, si pensi che gli USA importano dall'Iraq soltanto il 5 % del proprio fabbisogno di petrolio: il 18 % proviene dal Canada, il 15 % dal Messico, il 12 % dall'Arabia Saudita, un altro 12 % dalla Nigeria e il 10 % dal Venezuela ( Gibson Consulting )
Non è una guerra per il petrolio (con questo non vogliamo dire che le riserve di petrolio irakene non siano un elemento geo-strategico tenuto in debita considerazione dagli analisti americani, ma non è la causa della guerra).

Lo ha capito persino Fidel Castro, che in un suo discorso nel 2001 ha detto chiaro e tondo:
Nessun paese farebbe l'errore madornale di accorrere semplicemente dove c'è il petrolio, e di certo non gli Stati Uniti, che hanno accesso a qualsiasi risorsa di gas e petrolio nel mondo, compreso tutto il gas e petrolio che possono desiderare dalla Russia. Per gli USA sarebbe sufficiente investire, comprare e pagare, per avere ciò che desiderano” ( Emperor ).

La strategia americana è quella di combattere i regimi che guardano con simpatia ai movimenti terroristici e sostituirli con governi in grado di garantire un fattivo appoggio al contrasto del terrorismo e di creare una cornice di valori civili fondamentali all'interno della quale assicurare un concreto e capillare sviluppo economico e sociale.

La strategia del terrorismo è quella di minare in ogni modo questo tentativo, rendendolo così costoso in termini di vite umane da costringere ad abbandonarlo.

Che piaccia o meno, questo è quello che ci riserva il futuro: una lotta senza quartiere, tra un terrorismo che cercherà di colpire ovunque, massimizzando le perdite umane inflitte (e tutti i recenti attentati e tentativi di attentati terroristici lo dimostrano) e una parte del mondo che si riconosce nella strategia americana (in toto o con qualche “distinguo”, poco importa) e la appoggia fattivamente.

La vera sfida non è vincere questa guerra, ma vincerla evitando che essa si trasformi in un conflitto di civiltà.

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