Domande

Perchè l'intelligence americana non è riuscita a prevenire gli attentati?

Forse è questa la domanda più importante di tutte.
La minaccia terroristica suicida non teme ritorsioni, non teme sentenze penali, non distingue tra civili e militari e sfrutta l'intrinseca vulnerabilità dei paesi democratici e del loro rispetto per le libertà individuali, per sferrare il suo attacco mortale.

E questo è tanto più vero ove vi siano Stati che assicurino il proprio appoggio finanziario, logistico, politico e diplomatico.

L'unico sistema per contrastare questo tipo di minaccia, è prevenirla, e la prevenzione passa attraverso due tasselli fondamentali: l'attività di intelligence e la pressione internazionale contro i paesi che appoggiano il terrorismo.

In questa sezione analizzeremo la situazione dell'intelligence americana prima dell'11 settembre 2001, le modalità di pianificazione, organizzazione ed esecuzione degli attentati, gli errori e le lacune dei servizi segreti e delle forze investigative, la loro reazione e i risultati conseguiti.

E partiremo dal 1993, l'anno in cui fu compiuto il primo attentato contro il World Trade Center a New York, un episodio chiave per ricostruire la strada che ha portato agli attacchi dell'11 settembre.

L'Intelligence americana

In USA ci sono tre strutture principali che hanno competenze nell'ambito del contrasto al terrorismo. Esse sono la NSA, l'FBI e la CIA.
La NSA non è un organismo di polizia, ma è una struttura che si occupa dello spionaggio e del contro-spionaggio elettronico. Il suo compito è di natura passiva (protezione delle comunicazioni e delle attività che concernono la sicurezza nazionale degli USA) e attiva (spionaggio delle comunicazioni, dei dati e delle attività dei potenziali avversari).
Nemmeno la CIA è un vero e proprio organismo di polizia, in quanto il suo compito principale è lo spionaggio inteso nel senso più lato del termine: tutelare la sicurezza nazionale e contribuire al raggiungimento degli obiettivi che la nazione intende perseguire, utilizzando qualsiasi mezzo e strumento (nei limiti imposti dalle leggi e dalle autorità di controllo).
L' FBI è invece uno specifico organismo di polizia investigativa, con competenza federale e internazionale, che ha lo scopo di contrastare determinati tipi di crimini, tra i quali il terrorismo, e di assicurarne i responsabili alla giustizia.
Mentre i primi due enti (NSA e CIA) sono a tutti gli effetti dei servizi segreti (da non confondere con il Secret Service, il Servizio Segreto, che ha il compito di proteggere il Presidente degli Stati Uniti e altre autorità e strutture pubbliche), l'FBI svolge una funzione di natura estremamente riservata ma non segreta in senso stretto: le sue attività sono finalizzate a perseguire un risultato giudiziario, a diventare fonti di prova nell'aula di un Tribunale.
Questa suddivisione di compiti tra NSA, CIA ed FBI, apparentemente chiara e netta, nella realtà è molto più fumosa, e lo era certamente prima dell'11 settembre 2001, per cui poteva ben succedere che sullo stesso gruppo terroristico lavorassero la NSA, la CIA e l'FBI, in maniera del tutto scoordinata e all'insaputa l'uno degli altri.

Fino al 1993, NSA, FBI e CIA avevano svolto con notevole efficienza il loro compito di tracciare i terroristi islamici e impedire che portassero a termine attentati contro il territorio americano.
Essi erano riusciti anche ad assicurarsi la collaborazione di alcuni infiltrati nei gruppi terroristici, fra i quali l'egiziano Emad Salem.
Salem era un ufficiale dell'esercito egiziano, infiltrato o comunque in contatto con alcune celle terroristiche islamiche, alcune delle quali operanti in USA.
Le informazioni fornite da Salem all'FBI (che lo ricompensava con cospicue somme di danaro) furono utilissime per identificare i terroristi (o aspiranti tali) che si confondevano tra le nutrite comunità islamiche americane, in particolare nelle zone di New York e del New Jersey, e in alcuni casi tali informazioni servirono a sventare la consumazione di attentati.
A un certo punto Salem informò l'FBI che la cella operante nell'area del New Jersey intendeva mettere a segno un attentato esplosivo e aveva chiesto proprio a Salem di collaborare al confezionamento dell'ordigno, e l'FBI propose all'infiltrato di preparare l'ordigno con un finto esplosivo.
L'FBI aveva la necessità di procurarsi prove certe contro i sospetti terroristi, per poterli incriminare, ma Salem aveva detto chiaramente che non intendeva testimoniare contro i terroristi in un'aula di tribunale, e non avrebbe acconsentito a indossare un registratore per documentare le conversazioni con essi.
La strada della trappola con un ordigno esplosivo inerte, sembrava quindi l'unica percorribile.
Ma Salem iniziò a pretendere somme di denaro esorbitanti, che l'FBI non poteva erogare, e la collaborazione si interruppe.
In ogni caso Salem non avrebbe aderito alla richiesta dei terroristi, per cui l'FBI riteneva che i piani dei terroristi sarebbero rimasti allo stadio di propositi irrealizzati.

Invece, Il 26 febbraio 1993 un'autobomba riempita con 600 kg di esplosivo esplodeva nel garage interrato della North Tower nel WTC, uccidendo sei persone e ferendone un migliaio.
Pur colta di sorpresa, l' FBI sapeva in che direzione muoversi, e individuò rapidamente gli esecutori dell'attentato.
Quattro arabi furono arrestati, processati e condannati nel giro di pochi mesi.
A questi arresti ne fecero seguito ancora altri, compreso quello di Sheik Omar Abdel-Rahman,  leader del gruppo terroristico egiziano “Al-Gama'a al-Islamiyya” (collegato ad Al-Qaida), con il quale l'informatore Salem aveva avuto i suoi contatti.
Sheik Omar era stato l'ispiratore dell'attentato, ma il cervello operativo dell'operazione fu presto individuato in un altro personaggio, Ramzi Yousef.
Quest'ultimo, di origini kuwaitiane, era giunto in USA nel 1992, ed aveva materialmente assemblato l'ordigno esplosivo e scelto personalmente l'obiettivo.
Lo scopo di Yousef era quello di causare il crollo nella North Tower che, nelle sue intenzioni o speranze, doveva abbattersi sulla South Tower distruggendo anche quella e causando decine di migliaia di morti.

13Per buona misura, Yousef aveva aggiunto all'esplosivo una cospicua dose di sali di cianuro, di modo che l'esplosione, se non fosse riuscita a compromettere la struttura dell'edificio, avrebbe quanto meno vaporizzato nell'aria i gas velenosi che sarebbero stati diffusi nell'aria attraverso i condotti di ventilazione.
Le cose non andarono come progettato: l'esplosione non riuscì a far crollare la North Tower e bruciò completamente i sali di cianuro impedendo loro di nuocere.

Ramzi Yousef (a sinistra nella foto) sfuggì alla cattura, riparando in Pakistan.
Le indagini portarono a individuare collegamenti sospetti tra Yousef e i servizi segreti irakeni, ma più di tutto evidenziarono che Yousef aveva beneficiato del supporto logistico e finanziario fornito da suo zio, Khalid Shaikh Mohammed (il nome è spesso abbreviato in “KSM”). Gli investigatori infatti scoprono almeno un trasferimento di fondi che Khalid aveva inviato a Yasouf ai primi di novembre del 1992.

Ed è proprio Khalid Shaikh Mohammed, stabilmente inserito nella rete di Al-Qaida, in seno alla quale aveva combattuto in Afghanistan e in Bosnia, a reggere il filo che lega l'attentato del 1993 a quelli del 2001: egli è infatti il cervello che ha concepito gli attacchi dell'11 settembre.

Dal Pakistan, Yousef raggiunse lo zio a Manila, nelle Filippine, e mise la sua esperienza nel confezionamento di esplosivi, a disposizione della rete di Al-Qaida che operava in quella nazione.

Yousef e Khalid si misero al lavoro su un progetto terroristico estremamente elaborato e ambizioso, conosciuto con il nome in codice “Operazione Bojinka” (che significa “Esplosione” in vari dialetti arabi), che prevedeva una serie di attentati clamorosi.
In particolare l'operazione, sostenuta dalla filiale di Al-Qaida nelle Filippine (guidata da Mohammed Jamal Khalifa, luogotenente di Osama Bin Laden e responsabile di una organizzazione umanitaria che fungeva da copertura per la raccolta e lo smistamento dei finanziamenti) si articolava in più progetti: quello principale era costituito dalla contemporanea distruzione in volo di ben 11 velivoli di linea di compagnie aeree americane (United Airlines, Northwest Airlines e Delta Airlines) che facevano tratta nel Sud Est asiatico.
La data dell'operazione era stata già stabilita: tra il 21 e il 22 gennaio 1995.
A questo progetto se ne accompagnavano altri due, non meno ambiziosi: un attentato per uccidere il Presidente degli USA, Bill Clinton, in visita a Manila nel novembre del 1994, e un attentato per uccidere Papa Giovanni Paolo II, sempre nel corso di una visita a Manila, il 15 gennaio del 1995.

L'attentato a Clinton si rivelò presto irrealizzabile, a causa delle misure di sicurezza predisposte a protezione del presidente americano, per cui l'operazione Bojinka fu “limitata” agli altri obiettivi.

“Bojinka” non era una delle tante operazioni studiate e mai realizzate dai terroristi islamici: essa fu preparata nei minimi dettagli, sotto la guida operativa di Khalid Shaikh.
Il piano per l'uccisione del Papa prevedeva che un kamikaze, travestito da sacerdote, si sarebbe avvicinato a Giovanni Paolo II mentre questi salutava la folla, e nel momento in cui fosse stato sufficientemente vicino a lui, avrebbe fatto detonare un ordigno esplosivo indossato sotto le vesti.
Per aumentare le probabilità di successo, ben 20 kamikaze erano stati addestrati per compiere quella stessa missione.

Il piano per l'esplosione in volo degli aerei, invece, prevedeva che alcuni terroristi avrebbero viaggiato su alcune rotte intermedie dei voli, approfittandone per piazzare gli ordigni esplosivi, tutti dotati di timer, all'interno del giubbetto di sopravvivenza posto sotto il sedili del passeggero.
Ciascun terrorista avrebbe sabotato più di un volo, e tutti gli ordigni sarebbero esplosi nello stesso momento, grazie ai timer.
Gli esecutori non erano suicidi: approfittando delle tratte intermedie essi dovevano sbarcare dai voli ben prima delle esplosioni, e rifugiarsi nei campi di Al-Qaida in Pakistan.

Il progetto era così meticoloso che negli ultimi mesi del 1994 Yousef e Khalid sperimentarono gli ordigni.
Infatti il 1° dicembre 1994 essi piazzarono un ordigno in un teatro di Manila, sotto una poltroncina, per verificarne gli effetti (la poltroncina del teatro simulava quella di un aereo di linea).
L'ordigno esplose regolarmente e i suoi effetti furono giudicati soddisfacenti.
L'11 dicembre 1994 un secondo ordigno fu utilizzato per una vera e propria prova generale: Yousef in persona piazzò l'ordigno a bordo di un Boeing 747 della Philippine Airlines e sbarcò dall'aereo durante uno scalo intermedio.
L'ordigno, che conteneva un decimo dell'esplosivo previsto per quelli definitivi, esplose regolarmente all'ora prefissata, quando il velivolo (Volo 434) si trovava al largo dell'isola di Okinawa.
L'esplosione uccise un passeggero, e l'aereo fu costretto ad atterrare in emergenza ad Okinawa.

La prova era riuscita perfettamente, ma Yousef aveva sottovalutato gli investigatori, i quali, controllando le liste di imbarco, individuarono la sua presenza sull'aereo nella tratta precedente quella in cui si era verificata l'esplosione, e si misero sulle sue tracce.

Gli ordigni dell'operazione Bojinka

Yousef aveva progettato un tipo di ordigno composto da un cocktail di sostanze liquide che da sole erano innocue e non destavano sospetti, come la glicerina e l'acetone (non è intenzione di Crono911 fornire ulteriori dettagli), portate a bordo degli aerei in contenitori a prova di controllo: confezioni di profumo, liquido detergente per lenti a contatto, ecc... Il timer detonatore era ricavato da un orologio digitale indossato normalmente al polso.
Una volta a bordo, il terrorista doveva recarsi nella toilette, assemblare l'ordigno unendo i vari liquidi e collegare l'orologio digitale in funzione di timer. Ritornato al proprio posto, avrebbe dovuto nascondere l'ordigno sotto il sedile, celato nel giubbetto di sopravvivenza che è dotazione di tutti i voli di linea.
Si noti che questo tipo di esplosivo è balzato nuovamente alle cronache in occasione del piano, sventato dalla polizia inglese nell'agosto del 2006, di far saltare in volo alcuni aerei con rotta Londra – Stati Uniti.

Nel frattempo, Khalid Shaikh Mohammed aveva messo a punto un ulteriore progetto, da integrare nell'operazione Bojinka in sostituzione di quello che prevedeva l'assassinio del Presidente Clinton.
Il nuovo progetto prevedeva il dirottamento di un dodicesimo aereo di linea o l'utilizzo di un piccolo aereo privato carico di esplosivo, da far schiantare contro il quartier generale della CIA a Langley (Virginia).
Per quest'ultimo progetto era stato già individuato il terrorista che avrebbe pilotato l'aereo: Abdul Hakim Murad, amico di Ramzi Yousef.
Murad aveva conseguito la licenza di pilota commerciale frequentando una serie di scuole di volo in USA, nelle Filippine e negli Emirati Arabi Uniti.

Se ci soffermiamo un momento su quello che abbiamo esposto sinora, possiamo considerare come tutta la pianificazione di attentati ideata da Ramzi Yousef e Khalid Shaikh Mohammed, contenesse gli “ingredienti” di base degli attentati dell'11 settembre 2001: gli aerei di linea commerciali; la clamorosità degli attentati; l'utilizzo di aerei per colpire bersagli posti sul suolo americano; l'impiego di piloti kamikaze addestrati nelle scuole di volo americane; e, se includiamo l'attentato del 1993, l'idea di colpire i grattacieli americani per provocare molte migliaia di vittime.

L'operazione Bojinka avrebbe rappresentato il più grande attentato terroristico della storia, così come lo è stato quello dell'11 settembre del 2001, ma in quel caso la fortuna voltò le spalle agli attentatori.

La notte tra il 6 ed il 7 gennaio del 1995, Yousef e il citato Hakim Murad erano intenti a preparare e sperimentare le loro miscele esplosive nell'appartamento che fungeva da base operativa, a Manila.
Improvvisamente si sviluppò un principio di incendio, che i due non riuscirono a controllare.
Alcuni vicini chiamarono i vigili del fuoco.
Yousef e Murad, forse per evitare le domande dei vigili del fuoco, ma più probabilmente perchè temevano l'esplosione delle grosse quantità di liquidi incendiari ed esplosivi che essi custodivano nell'appartamento, se la diedero a gambe.
Quando i vigili del fuoco riuscirono a domare gli incendi, si resero subito conto che quell'appartamento era una vera e propria fabbrica di ordigni esplosivi: ovunque vi erano contenitori colmi di liquidi idonei, una volta uniti, a creare ordigni liquidi esplosivi. Inoltre furono rinvenuti ordigni semi-assemblati, timer e detonatori, e persino una gran quantità di esplosivo del tipo nitroglicerina, ottenuta assemblando le predette sostanze liquide.

I vigili del fuoco ovviamente fecero intervenire la polizia locale, la quale non tardò a comprendere la natura di quell'appartamento e dei suoi inquilini. Fondamentale fu l'esame di un personal computer che Yousef aveva lasciato nell'abitazione: conteneva tutti i dettagli dell'operazione Bojinka, i voli da colpire, i nominativi degli associati all'operazione, varie informazioni su alcuni centri logistici e finanziari dell'organizzazione, ecc...

14A sinistra: un diagramma sull'assemblaggio delle bombe, ed un timer digitale, rinvenuti nell'appartamento di Yousef.

La polizia filippina fermò numerose persone, tra le quali Murad, e l'operazione Bojinka saltò completamente. Yousef e Khalid riuscirono invece a fuggire in Pakistan.

Ramzi Yousef fu catturato in Pakistan, grazie al tradimento di un suo compagno, attirato dalla taglia di due milioni di dollari posta sulla sua testa dal governo americano. Le autorità pakistane lo estradarono negli USA nel febbraio del 2005: Yousef è stato processato e condannato all'ergastolo.

Abdul Hakim Murad, dopo aver reso una piena confessione alle autorità filippine (secondo alcune fonti subì due mesi di atroci torture) fu estradato negli Stati Uniti nell'aprile del 1995: è stato processato e condannato all'ergastolo.

L'attentato del 1993 al WTC e l'operazione Bojinka del 1994 - 1995, con i loro epiloghi, furono oggetto di valutazioni – per certi versi diametralmente opposte – da parte dell'intelligence americana da un lato, da parte di Bin Laden e di Al-Qaida dall'altro.
Tali valutazioni giocarono una parte fondamentale nella sequenza di fatti e di decisioni che portarono alla tragedia dell'11 settembre.

Analizziamole.

L'FBI e la CIA si convinsero che queste frange terroristiche islamiche erano sì pericolose, ma sostanzialmente costruivano una montagna di progetti che a malapena riusciva a partorire  un topolino.
Nel 1993 il piano era di far crollare le Twin Towers e provocare decine di migliaia di vittime, ma il tutto si era risolto con un rumoroso botto e appena sei vittime.
Nel 1994/95 il piano era di uccidere il Presidente Clinton ed il Papa, di far saltare 11 aerei in volo e di dirottarne un 12° contro la sede della CIA: i terroristi erano riusciti soltanto ad uccidere un singolo passeggero e a costringere un aereo a un atterraggio di emergenza.
In entrambi i casi i terroristi avevano commesso errori madornali: nel 1993 uno dei terroristi si era fatto arrestare perchè aveva cercato di farsi restituire il denaro versato in cauzione all'agenzia dalla quale aveva noleggiato il furgone che era servito per l'attentato (!) , mentre nel 1994/95 i terroristi di Manila si erano fatti scoprire per aver maldestramente causato un incendio mentre trafficavano con le loro “pozioni” e per un pelo non erano saltati in aria nella loro abitazione.
In entrambi i casi i servizi investigativi avevano reagito prontamente ed efficacemente, individuando ed assicurando quasi tutti i colpevoli alla giustizia (una dimostrazione di efficienza che trasmise una ingannevole sicurezza anche ai politici e agli uomini di governo).
Infine, l' FBI e la CIA si erano convinti di aver smantellato completamente quell'organizzazione terroristica che aveva progettato attentati così clamorosi e di aver dimostrato che il territorio americano era sostanzialmente al sicuro.

Niente di più sbagliato.

L'errore fondamentale commesso dall'intelligence americana fu quello di non cogliere la dimensione internazionale in cui avevano agito i terroristi.
Posto che alcuni terroristi erano implicati sia nell'attentato al WTC del 1993 che nell'operazione Bojinka del 1995,  i servizi non diedero il giusto peso al fatto che i movimenti e i contatti di quei terroristi avevano interessato gli USA, l'Egitto, le Filippine, il Pakistan, l'Afghanistan, la Bosnia.
Una corretta valutazione di questa circostanza, avrebbe portato alla conclusione (abbastanza ovvia con il senno di poi) che questa capacità di movimento e di azione non era possibile senza la presenza di una organizzazione di supporto ben più vasta rispetto alla consistenza del gruppo terroristico che era stato sgominato.
E la percezione dell'esistenza di questa organizzazione avrebbe indotto a non sottovalutare così nettamente la minaccia: se l'attentato al WTC non aveva prodotto i risultati voluti, e se l'operazione Bojinka era fallita, nulla impediva che altre celle terroristiche avrebbero continuato a progettare attentati così clamorosi, avvalendosi del sostegno dell'organizzazione, finché prima o poi uno di quei progetti non fosse riuscito nel suo intento.
Come abbiamo detto, ragionare con il senno di poi è facile, ma in ogni caso l'intelligence commise questo errore di valutazione.

Di tutt'altro tenore le valutazioni che furono fatte da Osama Bin Laden e dai suoi luogotenenti di Al-Qaida.

Dai due progetti di attentati del 1993 e del 1995, Bin Laden ricavò alcune considerazioni fondamentali: l'FBI ed i servizi di intelligence in generale erano molto efficienti, pronti a sfruttare gli errori commessi dai terroristi, ed erano in grado di infiltrare i loro uomini o dei rinnegati, nelle file delle organizzazioni terroristiche collegate ad Al-Qaida.
Questo significava che nella pianificazione dei grandi attentati occorreva dedicare particolare attenzione all'aspetto della riservatezza: ad esempio, non era necessario che tutti i partecipanti a un'operazione fossero a conoscenza dell'identità degli altri né che ciascuno di essi fosse a conoscenza della natura dell'operazione. Una maggiore cura di questi aspetti avrebbe evitato che la cattura di un singolo terrorista o la scoperta di un covo potesse determinare il fallimento dell'intera operazione e l'individuazione o l'arresto di tutti i partecipanti.
Inoltre, quanto più grande era l'obiettivo dell'attentato, tanto maggiore era l'esigenza di utilizzare, per la sua realizzazione, uomini che non fossero conosciuti dai servizi di intelligence: occorrevano persone insospettate e insospettabili, sconosciute persino agli stessi gruppi terroristici.
A queste considerazioni, Bin Laden ne aggiunse un'altra: colpire in maniera clamorosa il territorio americano era possibile, e quella di utilizzare un aereo civile, pilotato da un terrorista, era un'idea realizzabile.

Osama Bin Laden e Khalid Shaikh Mohammed (che dopo il fallimento dell'operazione Bojinka si era rifugiato prima in Pakistan e poi in Afghanistan) ebbero occasione di discutere del progetto nel 1996, ma le idee di Khalid (che pensava al dirottamento contemporaneo di dieci aerei americani, accompagnato dall'esplosione in volo di ulteriori aerei di linea nel sud-est asiatico) parvero troppo ambiziose al leader di Al-Qaida, e praticamente irrealizzabili.
Bin Laden studiò un progetto meno ambizioso, incentrato sul dirottamento di tre aerei con altrettanti piloti di Al-Qaida. Questi ultimi (i piloti) furono individuati da Al-Qaida in tre uomini segnalati dalla cella di Amburgo in Germania. Essi erano pronti al martirio, erano sconosciuti ai servizi di intelligence occidentali, ed avevano istruzione e cultura adeguati all'incarico che dovevano svolgere.

Nel 1999, Bin Laden diede incarico a Khalid di organizzare l'operazione, sulla base delle nuove linee guida: tre piloti, già individuati, tre obiettivi americani da individuare, tre aerei di linea da dirottare.
I piloti si sarebbero addestrati nelle scuole di volo americane.
Khalid era responsabile dell'intera operazione, mentre uno dei tre piloti, Mohamed Atta, sarebbe stato il responsabile operativo sul suolo americano, con il compito di coordinare i piloti e gli altri dirottatori, assegnarli ai voli, decidere tempi e modalità.
Atta godeva di un'autonomia sufficiente a ridurre al minimo i contatti con Khalid, in maniera da ridurre il rischio di essere individuati dall'intelligence americana.
In ogni caso, nessuno degli “operativi” avrebbe utilizzato personal computer o altre apparecchiature simili: l'esperienza negativa di Manila aveva fatto scuola.
I dirottatori avrebbero comunicato utilizzando Internet Point, schede telefoniche usa e getta, telefoni pubblici.

Le riunioni strategiche tra i piloti, Khalid ed altri responsabili di Al-Qaida, sarebbero state ridotte al minimo, e si sarebbero tenute in posti sicuri, come la Malesia e la Spagna, per rendere estremamente difficoltosa l'eventuale attività di intelligence dei servizi anti-terrorismo.

La scelta degli obiettivi fu argomento di discussione tra Bin Laden, Khalid e Atta.
Bin Laden approvò una lista di bersagli, che comprendeva le Twin Towers, il Pentagono, il Campidoglio, la Casa Bianca, una centrale nucleare in Pennsylvania (Three Miles Island) e altri ancora.

A Khalid e Atta fu data la possibilità di individuare altri piloti oltre ai primi tre, e di organizzare una seconda serie di attacchi che avrebbe fatto seguito alla prima.

Nel frattempo Bin Laden venne informato che nei registri di Al-Qaida risultava un altro affiliato, Hani Hanjour, già in possesso di licenza di volo acquisita in USA.
Anche Hanjour era un personaggio sconosciuto ai servizi segreti americani, tanto da aver vissuto a lungo in USA senza problemi.

Bin Laden ordinò a Khalid di inserire anche Hanjour nel progetto della prima serie di attacchi.
Hanjour fu contattato e arruolato nel progetto per il tramite di un parente dei fratelli Al-Hazmi (due dei dirottatori del volo AA77), che aveva condiviso con Hanjour un appartamento in USA.
I piloti salirono così a quattro e la prima serie di obiettivi venne decisa: le Twin Towers, il Pentagono e il Campidoglio.

Alcuni elementi fanno ritenere che Osama Bin Laden decise di escludere tra gli obiettivi la centrale nucleare di Three Miles Island.
Alcuni osservatori ipotizzano che Bin Laden, in virtù della sua laurea in ingegneria, ritenesse che una centrale nucleare potesse resistere all'impatto di un grosso aereo di linea, ma è più probabile che il leader di Al-Qaida volesse evitare di offrire agli Stati Uniti l'occasione per utilizzare il proprio arsenale nucleare in una devastante ritorsione contro i paesi arabi.
In generale, analizzando le stesse affermazioni di Bin Laden, si può ragionevolmente ipotizzare che egli, pur volendo mettere a segno un attentato clamoroso e altamente simbolico, volesse evitare di causare un numero di vittime così elevato da determinare un'invasione militare contro i paesi amici di Al-Qaida (e in particolare l'Afghanistan e il Pakistan) e da innescare una reazione internazionale capace di spazzare via la rete terroristica e i gruppi affiliati.

Individuati i piloti, Khalid procedette alla selezione degli altri dirottatori, quelli definiti “muscle hijacker”, ossia gli uomini che dovevano materialmente impossessarsi degli aerei in volo, eliminando i piloti, gli assistenti di volo e ogni altra resistenza.

Il criterio principale per la scelta fu quello di selezionare persone sconosciute ai servizi segreti americani, e provenienti da nazioni amiche degli USA: l'Arabia Saudita prima di tutte.
I cittadini sauditi, infatti, godevano di particolari agevolazioni nella concessione dei visti per l'ingresso negli Stati Uniti, ed i relativi controlli erano molto superficiali.

In totale la prima “ondata”, al comando operativo di Atta, era composta da 4 piloti e 16 dirottatori, in maniera da poter formare quattro team, ciascuno con un pilota e quattro dirottatori, per altrettanti aerei.
L'assemblaggio dei team, la scelta dei voli da dirottare, e il momento di esecuzione degli attacchi furono demandati totalmente alle decisioni di Atta.

Fino a quel momento, l'intelligence aveva avuto ben poche o nessuna opportunità per capire cosa stava accadendo.

Tra il 1999 ed il 2000 i 20 attentatori erano passati per i campi di addestramento di Al-Qaida in Afghanistan. Alcuni di loro, in particolare i piloti, erano stati personalmente al cospetto di Osama Bin Laden. Solo i piloti erano al corrente della natura della missione, gli altri attentatori sapevano di dover affrontare una missione kamikaze in territorio americano ma non sapevano altro.
Ogni team era sostanzialmente indipendente dagli altri, talvolta non conosceva nemmeno l'esistenza degli altri team.

La gran parte di loro era del tutto sconosciuta ai servizi di intelligence americani e occidentali.
Per nascondere ogni traccia dei loro viaggi in Afghanistan, al rientro gli attentatori denunciavano lo smarrimento o il furto dei propri passaporti sui quali erano stati apposti i visti di ingresso e di uscita alle frontiere, in maniera da ottenerne altri nuovi e immacolati.

I nominativi dei 19 individui che portarono a termine gli attentati dell'11 settembre sono elencati nelle schede biografiche della relativa sezione di Crono911.

Di essi, ben 16 erano originari dell'Arabia Saudita: per essi non vi fu nessun problema a ottenere i visti di ingresso in USA con le procedure semplificate in vigore all'epoca per quello Stato.

I tre piloti della cella di Amburgo provenivano dall'Egitto, dagli Emirati Arabi Uniti e dal Libano.
Trattandosi di studenti, domiciliati in Germania, provenienti da famiglie abbastanza facoltose, anch'essi non ebbero difficoltà a ottenere i visti.

Il 20° dirottatore (che molti erroneamente identificano nel noto Moussaoui) era invece Mohamed Al-Kahtani, proveniva anch'egli dall'Arabia Saudita, e fu l'ultimo a raggiungere gli Stati Uniti, dove Atta lo attendeva all'esterno dell'aeroporto di orlando, in Florida (uno dei compiti di Atta era proprio quello di “accogliere” gli attentatori in arrivo in USA e di provvedere alla loro sistemazione logistica). Ebbe però la sfortuna di incappare in uno zelante funzionario dell'Ufficio Immigrazione, il quale si insospettì del fatto che l'arabo era giunto in USA da Dubai con un biglietto aereo di sola andata e non aveva indicato mezzi di sostentamento adeguati per soggiornare in USA.
Al-Kahtani fu quindi obbligato a reimbarcarsi sull'aereo per ritornare a Dubai.
Al-Kahtani avrebbe dovuto essere il quinto dirottatore sul volo UA93.

Tutti gli altri dirottatori, quindi, erano entrati in USA tra il 2000 ed il 2001, usufruendo di regolari visti consolari, rilasciati senza alcuna difficoltà.

Solo per uno di essi, proprio Mohamed Atta, il capo operativo dei terroristi, era suonato un campanellino d'allarme che avrebbe potuto mettere in guardia la CIA e l'FBI.

Durante la sua permanenza ad Amburgo, Atta si era fatto notare dalle autorità tedesche per le sue attività antisemite in seno agli ambienti studenteschi, ed il suo nominativo era stato segnalato alla filiale di Amburgo della CIA.

Ma quando Atta raggiunse gli Stati Uniti, finendo nella competenza della CIA americana, nessuno lo giudicò pericoloso (o semplicemente nessuno badò alla segnalazione di Amburgo) e il suo nominativo non fu inserito nella “Watch List”.

La "Watch List"

Diversi enti americani gestiscono dei database di nominativi da “tenere sott'occhio”, chiamati genericamente “Watch List”. In materia di anti-terrorismo, la Watch List specifica è chiamata TIPOFF ed è gestita dal Dipartimento di Stato. In essa confluiscono nominativi segnalati dall'FBI, dalla CIA e da altri servizi investigativi e di intelligence.
Ai nominativi inseriti nella TIPOFF non dovrebbe essere consentito l'accesso ai voli internazionali diretti in USA o che partono dagli USA, né il rilascio di visti di ingresso per gli Stati Uniti.
In effetti, solo una parte del database era accessibile dalle compagnie aeree, per cui l'utilità dello strumento era molto relativa.
Nel 2001 il TIPOFF conteneva oltre 60.000 nominativi, tra i quali non compariva nessuno dei terroristi responsabili degli attacchi dell'11 settembre.

Anche altri nominativi, nel gruppo dei 19, erano finiti nel mirino degli investigatori, in seguito ad alcune intercettazioni telefoniche, ma essi non erano stati identificati. Tutt'al più si conosceva solo il loro nome, o solo il loro cognome, troppo poco per identificare correttamente la persona.

I 20 terroristi comandati da Atta, però, non erano gli unici ad aver raggiunto o tentato di raggiungere gli Stati Uniti.
Come abbiamo visto, il piano prevedeva una seconda serie di attacchi che doveva far seguito alla prima, e un certo numero di attentatori avevano già iniziato a raggiungere il territorio americano.
Gli investigatori hanno identificato non meno di altre sei persone coinvolte nella seconda fase del progetto.

Una di queste era Ramzi Binalshibh, un intimo amico di Atta, con il quale aveva condiviso l'appartamento in Amburgo e che aveva avuto un ruolo fondamentale nella progettazione degli attentati (aveva partecipato al meeting di Al-Qaida a Kuala Lumpur in Malesia, nel gennaio del 2000, in cui era stato dato il via definitivo all'operazione).
Binalshibh aveva cercato disperatamente di ottenere un visto di ingresso per gli Stati Uniti, per unirsi ad Atta e partecipare agli attacchi dell'11 settembre, ma le autorità americane gli avevano negato il visto di ingresso per ben quattro volte, l'ultima a maggio del 2001.
Binalshibh era di origini yemenite, e lo Yemen non era considerato dagli USA un paese particolarmente sicuro, per cui il rilascio dei visti era sottoposto a particolari controlli e restrizioni.
Non potendo raggiungere il suo amico Atta, Binalshibh riuscì comunque a ottenere un ruolo nell'operazione. Khalid Shaikh Mohammed gli affidò il compito di mantenere i contatti con Atta, e di incontrarsi con lui in Spagna. Lo scopo dell'incontro era quello di ribadire ad Atta che era preciso desiderio di Osama Bin Laden che i terroristi colpissero le Twin Towers, il Pentagono e il Campidoglio, ed ottenerne l'assicurazione che il piano stava procedendo senza intoppi.
Khalid riteneva troppo rischioso affidare questi messaggi a una mail o a una telefonata, per cui si rese necessario un incontro in Spagna, che avvenne puntualmente in luglio del 2001 (vedi scheda di Atta).
Atta rassicurò Binalshibh che il piano procedeva e che gli obiettivi erano esattamente quelli indicati da Bin Laden.
Binalshibh riferì queste informazioni a Khalid e a Bin Laden.
Fu ancora Binalshibh, poche settimane più tardi, a ricevere da Atta l'informazione che i quattro obiettivi sarebbero stati attaccati l'11 settembre del 2001 (anche per questo, vedi scheda di Atta) e che i dirottatori erano in tutto 19.

Un altro mancato dirottatore è il ben noto Zacarias Moussaoui, l'unica persona coinvolta nei fatti dell'11 settembre 2001 che sia stata processata da un tribunale ordinario (gli altri, come vedremo più avanti, hanno avuto un trattamento ben diverso).
Moussaoui era un cittadino francese di origine marocchina.
Come cittadino francese non aveva avuto alcuna difficoltà ad entrare negli USA nei primi mesi del 2001, e grazie ai cospicui trasferimenti di denaro ricevuti da Binalshibh ebbe gioco facile a frequentare alcune scuole di volo americane per prendersi la sua brava licenza di pilota.
Moussaoui era destinato a pilotare un aereo dirottato nella seconda ondata di attentati, quella che talvolta è descritta come la Fase II dell'operazione studiata da Khalid Shaikh.

15A sinistra: la “carta di identità dello studente” di Moussaoui, rilasciata dall'UNESCO.

Uno degli istruttori di volo di Moussaoui presso la PanAm Academy in Minnesota, si insospettì del comportamento di quel giovane che voleva a tutti i costi imparare a pilotare il grosso Boeing 747 saltando tutte le necessarie fasi intermedie.
I responsabili della scuola segnalarono il suo nominativo agli uffici dell'FBI in Minnesota. L'FBI si interessò della cosa e la giudicò sospetta, ma Moussaoui era un cittadino francese e il semplice fatto di frequentare una scuola di volo non legittimava alcuna iniziativa: le leggi in vigore all'epoca (modificate poi con il Patriot Act) non consentivano di svolgere ulteriori indagini, accertamenti, perquisizioni.
L'FBI scoprì che Moussaoui non era in regola con le regole sull'immigrazione, e grazie a questo pretesto lo arrestò il 16 agosto del 2001.
L'impossibilità di procedere a ulteriori indagini a causa dei vincoli legali esistenti, compromise la migliore occasione che l'FBI aveva avuto per capire quanto stava per accadere.
Se l'FBI avesse potuto indagare su Moussaoui, perquisire i documenti in suo possesso, ricostruire i suoi movimenti finanziari, avrebbe potuto scoprire i trasferimenti di denaro che aveva ricevuto da Ramzi Binalshibh. E studiando i movimenti di Binalshibh, l'FBI avrebbe potuto scoprire che questi aveva inviato denaro anche ad altri quattro arabi, tutti piloti.
Il 16 agosto del 2001 l'FBI aveva avuto la sua grande occasione. E l'aveva persa.

Proviamo ora a fare il punto sulla situazione come si presentava nell'agosto del 2001.
19 terroristi su 20 erano riusciti a entrare in USA con visti regolari.
I loro passaporti non contenevano alcuna traccia dei viaggi in Afghanistan.
Nel territorio americano non avevano dato motivi di sospetto (qualcuno di loro era incappato in qualche infrazione al codice della strada, come qualsiasi altro americano).
I quattro piloti avevano frequentato scuole di volo e ottenuto regolari licenze di pilotaggio, così come molte altre centinaia di arabi che ogni anno si recavano in USA per imparare a volare.
Atta, l'unico nominativo per il quale c'era stata una segnalazione, peraltro in Amburgo, in USA si era comportato  in maniera assolutamente normale, aveva studiato, aveva preso la sua brava licenza di volo e continuava ad addestrarsi per migliorare le proprie abilità, come farebbe qualsiasi pilota serio.

I fondi per finanziare l'operazione, in totale circa 450.000 dollari, erano stati forniti ai dirottatori attraverso una serie di canali differenziati e assolutamente sicuri:

  • una parte era stata fornita direttamente in contanti e in “travel check” da Khalid Shaikh ad Atta e agli altri piloti;
  • una parte era stata fornita direttamente in contanti agli altri dirottatori (circa 15.000 dollari a testa) nel momento in cui avevano lasciato l'Afghanistan;
  • una parte era stata trasferita da alcuni intermediari operanti negli Emirati Arabi Uniti: Abdul Aziz Ali, parente di Khalid Shaikh (almeno 130.000 dollari ricevuti da Khalid e trasferiti ai piloti) e  Mustafa Al-Hawsawi (decine di migliaia di dollari ai dirottatori);
  • una parte era stata depositata in conti bancari e utilizzata per fornire ai dirottatori delle normali carte di credito;
  • una parte residuale era stata fornita da Ramzi Binalshibh mediante trasferimenti di fondi da Amburgo.

In un certo momento sui conti bancari dei 19 dirottatori c'era un totale di ben 300.000 dollari, come è stato poi accertato dagli investigatori. Nelle ore precedenti l'11 settembre, essi restituirono i soldi che non avevano utilizzato: 36.000 dollari in tutto (di cui solo 26.000 effettivamente restituiti, perchè il trasferimento degli altri 10.000 fu individuato e bloccato dall'FBI dopo l'11 settembre).
La disponibilità di tanto denaro consentiva agli attentatori di muoversi su tutto il territorio americano facendo fronte a qualsiasi spesa, senza però destare alcun sospetto, visto che 300.000 dollari, suddivisi tra 19 persone, fanno una media di circa 15.000 dollari a testa, una cifra tutto sommato modica per gli standard americani.

Gli incontri per stabilire i dettagli del piano si erano tenuti in località lontane dagli occhi indiscreti dell'intelligence: quelli preliminari si erano svolti in Afghanistan e in Malesia, e ad essi avevano fatto seguito uno o due incontri in Spagna.

Solo pochissime persone erano al corrente del progetto: Bin Laden e alcuni suoi strettissimi collaboratori; Khalid Shaikh; Ramzi Binalshibh; Atta e gli altri tre piloti; forse due o tre dei “muscle hijackers”. Buona parte degli altri attentatori non seppero nulla della loro missione fino a pochi giorni prima di entrare in azione.

Le comunicazioni erano ridotte al minimo, e per lo più avvenivano tramite Internet Point o carte telefoniche prepagate.

Atta e i suoi uomini non avevano fatto alcun passo falso che potesse allarmare l'intelligence americana.
Eppure, qualche indizio c'era stato.

Abbiamo già detto che la CIA di Amburgo aveva segnalato Atta per le sue idee antisemite, ben prima del 2001.
Abbiamo anche detto che l'FBI aveva arrestato Moussaoui per immigrazione illegale, mentre frequentava una scuola di pilotaggio, nel mese di agosto del 2001.

Ma c'è di più.

Nel gennaio del 2000 Al-Qaida aveva tenuto una riunione di vertice a Kuala Lumpur, in Malesia.
Nel corso della riunione erano state tracciate le linee guida delle prossime operazioni di Al-Qaida, compresi gli attacchi al territorio americano.
Al-Qaida aveva scelto Kuala Lumpur per tenere alla larga l'intelligence americana, ma la CIA era riuscita ugualmente a sapere che nella città si teneva un meeting sospetto e a fare riprese televisive nascoste di molti dei partecipanti, anche se non si conosceva lo scopo del meeting né chi l'aveva organizzato.
La CIA aveva tentato di dare un nome a quei volti. L'impresa non era facile, ma qualche risultato era arrivato, nel corso dei mesi successivi, grazie anche alla collaborazione della NSA.
In particolare, furono identificati Nawaf Al-Hazmi e Khalid Al-Mihdar, due dei terroristi che avrebbero preso il controllo del volo AA77, ma la CIA non si curò di informare l'FBI.
Una ragione di questa omissione sta nel fatto che soltanto nel gennaio del 2001, mentre indagava sull'attentato alla nave Cole, la CIA scoprì che il meeting di Kuala Lumpur era stato organizzato da Al-Qaida, e si convinse che nel corso di quel meeting era stato deciso l'attentato al Cole.

Nel giugno del 2001 investigatori della CIA e dell'FBI si riunirono a New York per cercare di mettere assieme le informazioni che riguardavano l'attentato alla nave Cole in Yemen nel 2000.
Lo scopo era quello di coordinare le indagini su quest'ultimo attentato.
Nel corso dell'incontro la CIA passò all'FBI le foto (solo le foto) di Nawaf Al-Hazmi e di Khalid Al-Mihdar senza spiegare che quelle foto provenivano da Kuala Lumpur e senza fornire indicazioni sui loro nomi.
L'FBI voleva saperne di più, ma per la legislazione in vigore all'epoca, la CIA non poteva fornire altre informazioni all'FBI senza una specifica autorizzazione del Dipartimento della Giustizia (questo per evitare che un organo investigativo giudiziario, come l'FBI, potesse essere influenzato da informazioni ottenute attraverso sistemi spionistici, non ammessi nel sistema legale giudiziario).
L'FBI, quindi, aveva visionato le foto ma non sapeva nulla di più sull'identità di quelle persone e sui loro eventuali collegamenti al meeting di Kuala Lumpur e ad Al-Qaida.

Nei primi sei mesi del 2001, quindi, se non prima, FBI e CIA – se avessero collaborato fattivamente scambiando tutte le informazioni in possesso – avrebbero potuto approfondire le indagini su Al-Hazmi e Al-Mihdar e scoprire molto sui loro movimenti e sui loro collegamenti ad Al-Qaida.

E la riprova di questa osservazione sta proprio in quanto accadde nelle settimane successive.

Un agente della CIA che aveva indagato sul meeting di Kuala Lumpur, di propria iniziativa chiese a un agente dell'FBI, distaccato presso la CIA nell'ambito dell'unità operativa creata per indagare su Bin Laden, di svolgere ulteriori accertamenti.
L'agente della CIA chiese all'agente dell'FBI (che i rapporti indicano con il nome codice “Mary”) di mettere insieme il materiale che era stato ricavato nel corso delle indagini su Kuala Lumpur e sul Cole, e di verificare se era sfuggito qualcosa.

Per la prima volta la stessa persona (agente dell'FBI, ma distaccato presso la CIA) aveva accesso sia alle informazioni dell'FBI che a quelle della CIA.

I risultati non tardarono: nel corso di circa tre settimane di lavoro, “Mary” scoprì che Al-Hazmi e Al-Mihdar avevano partecipato al meeting di Kuala Lumpur, scoprì che essi erano collegati ad Al-Qaida, e che almeno uno di loro (Al-Mihdar) se non entrambi, si trovavano già negli Stati Uniti.
Il dubbio sulla presenza di Al-Hazmi risiedeva nella circostanza che l'uomo risultava entrato in USA ma poi uscito,  e non c'erano dati per poter affermare se fosse successivamente rientrato.

Era il 22 agosto del 2001 quando “Mary” si rese conto di queste evidenze.

16 Secondo alcune fonti, Il 23 agosto del 2001 il Mossad (il servizio segreto israeliano) trasmise alla CIA un elenco di nominativi arabi, sospettati di preparare un attentato contro gli USA (il rapporto non specificava dove).
Tra quei nominativi c'erano anche quelli di Nawaf Al-Hazmi e Khalid Al-Mihdar.

(a sinistra: il simbolo del Mossad)

Non sappiamo se il rapporto del Mossad (sempre che l'informazione sia corretta) sia mai arrivato sul tavolo di “Mary” ma sta di fatto che il 24 agosto del 2001 i nominativi di Al-Hazmi e di Al-Mihdar venivano inseriti nella watch - list TIPOFF.
La misura, peraltro, sarebbe servita a poco: lo scopo essenziale della TIPOFF era impedire l'ingresso dei sospetti terroristi in USA; ma i due personaggi ormai erano già nel territorio americano.

Poiché “Mary” aveva la certezza che Khalid Al-Mihdar si trovasse già in USA (mentre la presenza di Nawaf Al-Hazmi, come abbiamo detto, era solo presunta), l'agente suggerì ai suoi superiori di iniziare una ricerca sul territorio americano.

A quel punto si pose un problema di natura squisitamente burocratica: questa ricerca doveva essere una ricerca giudiziaria (in quanto Khalid Al-Mihdar poteva essere collegato all'attentato al Cole) oppure una ricerca di natura spionistica (in quanto sospettato genericamente di terrorismo) ?

La questione non era secondaria, in quanto una ricerca giudiziaria avrebbe permesso di avvalersi di tutta la struttura dell'FBI, delle polizie locali e delle altre autorità territoriali, mentre una ricerca di natura spionistica avrebbe potuto contare solo su alcuni settori della CIA, dell'FBI e dall'NSA.
Purtroppo, gli investigatori ritennero che non c'erano elementi a sufficienza per giustificare un'indagine giudiziaria (tanto meno nell'ambito del caso “Cole”) e pertanto decisero di seguire un'indagine di natura spionistica, tagliando fuori FBI e altre forze di polizia.
Nell'occasione un agente dell'FBI protestò per la decisione, e disse: “Prima o poi capiterà che qualcuno morirà per queste storie, e la gente vorrà sapere perchè non siamo stati più efficaci nell'affrontare certe situazioni”. Parole profetiche.

Intanto, nel luglio del 2001, un agente dell'FBI di Phoenix aveva inoltrato un rapporto ai suoi superiori in cui si esprimeva preoccupazione per l'elevato numero di piloti arabi che frequentavano scuole di volo americane. Il rapporto, spesso citato come “Phoenix Memo”, non faceva specifico riferimento alla possibilità che taluni di quei piloti potessero assumere il controllo di un aereo e suicidarsi contro un obiettivo. L'agente dell'FBI era preoccupato della possibilità di piazzare esplosivi a bordo degli aerei di linea.
In ogni caso il rapporto seguì i tempi burocratici normali, e non raggiunse i vertici dell'FBI se non dopo l'11 settembre.

Mentre il “Phoenix Memo” aspettava di essere letto, un altro ufficio dell'FBI, quello di Minneapolis, tentava di venire a capo di un'altra faccenda, strettamente connessa: l'arresto dell'aspirante pilota Moussaoui.
Gli agenti dell'FBI pur nei limiti imposti dall'indagine (Moussaoui era stato arrestato per violazione della normativa sull'immigrazione, non per terrorismo) erano riusciti a ricavare alcune indicazioni sulla base delle quali si erano convinti che l'uomo era un potenziale terrorista, e qualunque cosa stesse architettando andava messa in relazione con il suo desiderio di imparare a pilotare un Boeing 747 (che è il più grosso aereo civile sul mercato, conosciuto anche con il nome di “Jumbo”).

17 (A sinistra: per avere un'idea delle dimensioni di un “Jumbo”, abbiamo scelto questa foto, di fonte NASA, in cui il velivolo è ripreso mentre trasporta, sul proprio dorso, uno Space Shuttle).

L' FBI voleva perquisire l'abitazione di Moussaoui e voleva esaminare il suo personal computer, ma per ottenere un mandato doveva dimostrare che Moussaoui era un terrorista pericoloso e stava pianificando un attentato.

Gli investigatori pensarono di chiedere aiuto alle autorità francesi (Moussaoui era un cittadino francese) e inglesi (Moussaoui aveva vissuto a Londra): forse nei loro archivi c'era qualche elemento utile.
Informarono anche la FAA, per sapere se era normale che un pilota arabo frequentasse una scuola di volo in America.
Tra il 22 ed il 27 agosto del 2001, la Francia rispose, scrivendo che sul conto di Moussaoui esisteva un collegamento con tale Ibn Al-Khattab, un leader dei ribelli ceceni.
Troppo poco per un mandato.
La FAA rispondeva a sua volta che era abbastanza normale che gli aspiranti piloti mediorientali frequentassero scuole di volo americane.
Non giunse invece alcuna risposta da Londra: i servizi segreti inglesi avevano già i loro grattacapi con numerose richieste di informazioni e accertamenti relativi a presunti terroristi, e la richiesta americana fu messa in coda senza particolare urgenza.

Della sequenza di errori e fatalità che impedirono di prevenire gli attentati dell'11 settembre, questo è certamente uno dei più inquietanti: negli archivi dei servizi segreti inglesi risultava che Moussaoui era stato addestrato nei campi di Al-Qaida in Afghanistan!
Quell'informazione, se comunicata per tempo, avrebbe probabilmente consentito all'FBI di provare che Moussaoui era un terrorista, e di ottenere un mandato per le perquisizioni e per indagini più accurate. Forse ciò avrebbe consentito di scoprire quanto stava per succedere, o forse avrebbe portato a diramare direttive per controlli più stringenti nelle scuole di volo e sugli aerei.
Sta di fatto che solo il 13 settembre del 2001, quando l'FBI sollecitò una risposta, i servizi segreti inglesi inviarono le informazioni richieste.

Intanto anche la CIA aveva iniziato a interessarsi a Moussaoui, e l'agenzia spionistica americana si era fatta una sua idea ormai vicinissima alla realtà: Moussaoui voleva diventare un pilota kamikaze.
Il direttore della CIA, Tenet, fu informato della vicenda Moussaoui il 23 agosto del 2001.
Il giorno successivo la CIA inviò una segnalazione dettagliata alle autorità inglesi e francesi, affinchè fossero messe in guardia sul rischio di piloti kamikaze addestrati nelle scuole di volo americane ed europee.

Nel frattempo, i giorni passavano, e le ricerche dell'FBI, mirate a individuare Khalid Al-Mihdar, procedevano a rilento.
Un solo agente, dell'ufficio FBI di New York, era stato incaricato di controllare i database nazionali per cercare di capire dove si trovasse il sospetto terrorista, ma le tracce si perdevano a Los Angeles.

Nella seconda metà di agosto, Atta aveva già comunicato, con un paio di messaggi in codice (vedi sopra nella scheda biografica) indirizzati a Ramzi Binalshibh, che gli attacchi avrebbero avuto luogo l'11 settembre 2001 e che avrebbero interessato i quattro obiettivi prestabiliti.

Ormai nulla poteva fermare i 19 dirottatori.

Mentre l'FBI (ufficio di New York) continuava a cercare Al-Mihdar, mentre l'FBI (ufficio di Minneapolis) aspettava una risposta da Londra su Moussaoui, mentre l'FBI (ufficio di Phoenix) aspettava un riscontro al “Phoenix Memo”, e mentre la CIA cercava di capire se ci fossero connessioni tra Moussaoui e Al-Qaida, gli uomini di Atta prendevano posizione in prossimità degli aeroporti dai quali dovevano decollare e acquistavano i relativi biglietti aerei.

L'11 settembre del 2001, quando i 19 kamikaze varcarono gli imbarchi aeroportuali, i database di sicurezza per i voli interni non erano connessi con la “watch list” TIPOFF, per cui i loro nominativi non destarono alcun sospetto, così come nessuno impedì loro di portare a bordo coltellini e taglierini, oggetti consentiti dalle normative in vigore all'epoca.

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A questo punto possiamo tirare le somme.

Da un lato, quello di Al-Qaida, c'è stata un'attenta pianificazione con lo scopo preciso di aggirare i servizi di intelligence americani.

Dall'altro lato, ai servizi segreti americani, e all'FBI, erano giunte indicazioni che, messe insieme, avrebbero potuto rivelare quanto stava accadendo.

Il problema è che queste indicazioni appaiono chiare ed evidenti oggi, con il senno di poi.
Ma inserite nel contesto reale, queste erano solo alcune di migliaia di indicazioni che pervenivano da fonti disparate, ed individuare le connessioni all'interno di questa molte di dati ed informazioni non era per nulla facile. A dirla tutta, era quasi impossibile.

Abbiamo visto che la TIPOFF includeva circa 60.000 nominativi, questo significa che FBI, CIA ed NSA avevano un fascicolo su ciascuno di quei nominativi, e un qualche tipo di attività investigativa.
Nei tre anni precedenti l'11 settembre 2001, la sola FBI aveva aperto ben 200 indagini a carico di altrettanti personaggi residenti in USA e sospettati di appartenere ad Al-Qaida.
Il personale dell'FBI assegnato all'antiterrorismo contava in tutto 1.300 unità, dedicate soprattutto alle indagini nei confronti di soggetti residenti nel territorio degli Stati Uniti o che avessero già commesso crimini contro i cittadini americani.
Dal canto suo, la NSA doveva gestire la raccolta di 200.000 “elementi essenziali di informazione” (!) che venivano trasmessi alla CIA e all'FBI per le eventuali indagini.
La sezione anti-terrorismo della CIA contava su alcune centinaia di persone, ma la sua attenzione era principalmente dedicata a quanto avveniva fuori dal territorio degli Stati Uniti.
Ad esempio, la CIA era particolarmente impegnata nel contrasto delle organizzazioni terroristiche palestinesi e libanesi, a partire dagli Hezbollah, che fino al 2001 avevano ucciso più cittadini americani di qualsiasi altro gruppo terroristico, Al-Qaida compresa.
Né va sottovalutato l'immenso carico di lavoro imposto dal controllo degli immigrati clandestini.
Si pensi che nel 2000 c'erano in USA ben otto milioni e mezzo di immigrati clandestini, e tra il 2000 ed il 2002 ne sono entrati altri 3,1 milioni !
Nel 2001 sono immigrati in USA (regolarmente) oltre un milione di stranieri, di cui molte decine di migliaia da paesi mediorientali, compresi quelli considerati a rischio (ad esempio, oltre 25.000 da Pakistan e Iran).
Nel 2000 e nel 2001 sono stati rilasciati circa 15 milioni di visti di ingressi per gli Stati Uniti.

Con oltre 10 milioni di nuovi ingressi ogni anno (tra clandestini, regolari e possessori di visto temporaneo), non c'è da stupirsi se le circa 2.000 unità che FBI e CIA dedicavano all'antiterrorismo, avessero serie difficoltà a riconoscere gli indizi utili da quelli inutili, a stabilire quali fossero le esigenze urgenti e quelle che non ponevano immediati pericoli, e a individuare le connessioni tra i dati.

A tutto questo, occorre aggiungere che il sistema giuridico americano è un sistema estremamente aperto, in cui concetti come la privacy e la libertà di movimento sono estremamente tutelati e garantiti.
Il lavoro degli investigatori incontra limiti precisi e molto seri, che sono stati solo in parte rimossi (e solo su base temporanea) dopo l'11 settembre del 2001.

Le difficoltà e le reticenze di comunicazione tra i servizi segreti e le forze di polizia hanno fatto il resto: questo è un problema comune un po' a tutte le nazioni, e gli USA non hanno fatto eccezione.

18Peraltro, va evidenziato che la Commissione di inchiesta indipendente ha fatto piena luce su tutti i risvolti investigativi, gli errori, le omissioni, i ritardi che si sono succeduti nei mesi precedenti l'11 settembre del 2001.

(A sinistra: i lavori della Commissione di inchiesta, composta da cinque democratici e cinque repubblicani)

I responsabili della CIA, dell'FBI e del Governo americano, sia nel corso delle loro audizioni innanzi alla Commissione, sia nei rapporti e nelle relazioni consegnati, non hanno nascosto alcun particolare di quanto accaduto, ammettendo, confermando e spesso rivelando ogni singola circostanza.
Nessuno ha nascosto nulla, e gli atti sono stati tutti resi disponibili al pubblico, per cui ciascuno può verificare che c'è stata una piena assunzione delle rispettive responsabilità.

Responsabilità che, oggettivamente, non possono essere attribuite ai singoli individui: ciascuno ha fatto ciò che poteva fare con gli strumenti (tecnici e giuridici) a sua disposizione, e spesso qualcuno ha fatto anche più di ciò che era tenuto a fare.

Quello che non ha funzionato, o meglio, non ha funzionato in maniera adeguata al tipo di minaccia, è stato tutto il sistema di intelligence e di sicurezza nel suo complesso, a partire dalle modalità di gestione, raccolta e analisi dei dati per finire ai meccanismi di collaborazione tra gli enti interessati e ai vincoli giuridici imposti dall'ordinamento legislativo.

Le fonti

  • “Toxic Terror” di Jonathan B. Tucker. Pubblicato da MIT Press, Cambridge, Aprile del 2000. Capitolo 11: “The WTC bombers” di John V. Parachini.
  • Testimonianza scritta di Khalid Shaikh Mohammed al processo Moussaoui
  • Dipartimento di Stato USA, statistiche immigrazione (uscis.gov)
  • Rapporto finale della Commissione di Inchiesta sull'11 settembre, e relative monografie, staff statements  e staff report

VISA Office , statistiche sul rilascio dei visti
CNN
CNN
CNN
CNN
TIME Asia
US News
RAND
Keesings
Washington Post
Washington Post
Los Angeles Times
AP - Reuters
National Journal

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